
10th March 2009, Malaga, Andalusia, Espana <---> 10th March 2010, Emilia-Romagna, Latrina
Esattamente un anno fa, ero là, steso, bello paciarotto, sulla spiaggia che potete ammirare nella foto a sinistra. Non avevo particolari pensieri per la testa, ricordo, e non dovevo far altro che godermi la brezza marina primaverile, con quel bel calduccio marzolino (30 gradi, mica cazzi) che solo la costa andalusa può regalarti.
Adesso, invece, sono di là, immerso in quella marea bianca, che, come testimonia la foto a destra, ha inghiottito qualunque cosa, anche un’automobile.
Ecco, questa premessa era doverosa, per far comprendere appieno – e credo sia piuttosto facile immedesimarsi – il mio stato d’animo. In questo stato, oggi ho dovuto lavorare. Voglio essere sincero, ho lavorato mezza giornata. Per tutta la mattinata, infatti, ho atteso, invano, l’avvento dello spazzaneve. Non si è mai fatto vivo, evidentemente avevano troppe emergenze sparse in città (P.A. dixit). Io credo che non avessero più soldi per pagarli, giunti a fine stagione. Dunque, ça va sans dire, ho dovuto sostanzialmente attaccarmi al cosiddetto cazzo ed affrontare le strade della città.
Giunto – in anticipo, perché, ovviamente, nessuno si è azzardato a mettere il becco fuori casa – in ufficio, ho ripreso in mano uno di quegli atti che un praticante tipo (un po’ come il classico agente modello) dovrebbe evitare, per lo meno all’inizio: la comparsa conclusionale.
Perché dico questo? La risposta è semplice. Più facile comprenderla, però, se illustro la funzione di questo atto. Dicesi comparsa conclusionale, l’atto di parte conclusivo che riassume l’iter processuale e probatorio della causa e che sottolinea gli elementi di fatto e di diritto di maggiore importanza. Questo cosa vuol dire? Che tu – o io, nel caso di specie – povero praticante sfigato, DEVI rileggerti TUTTI gli atti che compongono il fascicolo d’ufficio (quindi non solo quelli della tua parte), compresi i verbali d’udienza, le prove assunte, documentali o testimoniali, perizie e quant’altro. Dopodiché, DEVI cercare di controbattere a quanto sostenuto dalla controparte facendo perno su quanto, invece, hai affermato – no, il cazzo, tu non hai fatto un bel niente, l’avrà fatto qualcun altro che ora, ovviamente, in studio non ci sarà più – nei tuoi atti di parte precedenti. E SICURAMENTE – questo lo posso garantire – se a te, praticante, hanno affidato la redazione di una comparsa conclusionale – o, nel gergo, anche solo “conclusionale” – vuol dire che i casi sono due:
1) O si tratta di una causa in cui la parte avversaria è contumace, non si è mai fatta viva, e si ha praticamente già vinto, e dunque è impossibile sbagliare e perdere, e per questo se si perde non può che essere stata colpa tua, e di conseguenza poi son cazzi tuoi;
- respiro -
2) Oppure, com’è più probabile che sia, ti hanno semplicemente rifilato quella che a Roma si definirebbe sòla, ovverosia la classica causa in cui sono stati commessi migliaia di errori, dimenticanze, abusi, avanzate richieste pretestuose, prestato falsa testimonianza, falsificato documenti, che, dunque, nessuno in studio ha la voglia di affrontare, perché chi la gestiva in precedenza è morto suicida o ha subìto una maledizione (o si è semplicemente sputtanato).
Si comprenderà, quindi, la mia gioia nel sapere che entro Venerdì 19 p.v. dovrò terminare questa simpaticissima conclusionale. Sarà mia premura pubblicarla, con i dovuti accorgimenti onde evitare la violazione della Legge sulla Privacy, affinché, magari, qualche altro triste praticante – ma mai più triste di me – possa avere a disposizione una bozza per capire come assolutamente NON si debba redigere una comparsa conclusionale.
No, scherzo. Se dovessi pubblicarla, in realtà, vorrebbe dire che, per lo meno, il mio dominus – che termine inquietante – non è morto nel leggerla.
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